Come eravamo..

 

Seguendo il percorso per arrivare a Giglio Campese, si ha la possibilità di ammirare il golfo in tutta la sua bellezza con una visuale completa: la spiaggia ariosa e piena di luce, il mare limpido che si perde nell'orizzonte. Il manto sabbioso della spiaggia, che per cause minerarie ha subito diverse trasformazioni da metà del secolo scorso, non si è formato in pochi secoli, ma in periodi molto lunghi riguardanti ere geologiche. Attualmente si presenta diviso in due settori dal nucleo roccioso denominato “Aglialochi” e deve la sua costituzione all’accumulo di detriti micacei e quarziferi, provenienti dall’alterazione del plutone granitico sovrastante e da altri elementi di origine calcarea, provenienti dal promontorio del Franco.

Tuttavia, le osservazioni sulla conformazione geologica, portano ad ipotizzare che in epoche molto remote, la spiaggia del Campese, fosse stata suddivisa in tre settori di limitate dimensioni, corrispondenti alle foci delle tre vallate: valle Ortana, valle della Botte e valle del Gronco. Quest'ultima area, delimitata a Nord da una falesia rocciosa e dalla panchina eolica, che nell’antichità avrebbe potuto estendersi fino al braccio del molo, sarebbe stata utilizzata fin dalla notte dei tempi, come scalo marittimo e rifugio. Altro riparo avrebbe potuto profilarsi nell’area dello Stagnolo, attualmente coperta dal campo sportivo.

Ci siamo soffermati nella descrizione naturalistica dell’insenatura, perché tali proprietà ambientali, aggiunte alla posizione geologica e geografica, conferiscono alla zona, proprietà strategiche e logistiche di particolare importanza. Infatti sembra del tutto verosimile che l'attenzione dei gruppi umani che frequentarono il suolo isolano fu attratta da questo scalo, il cui fondale ha preservato gran parte degli oggetti utilizzati per tracciarne il quadro storico. Iniziamo il nostro cammino a ritroso nel tempo, con il rinvenimento nella panchina eolica, del reperto attualmente più antico: il fossile di un molare, appartenente ad un soggetto adulto di mammifero della specie Elephas (Paleoloxodon) Antiquus, ascrivibile al Pleistocene Medio Superiore (Fig. n.1).

La scoperta, rivelatasi di grande interesse scientifico per gli studiosi di paleontologia e per la nostra storia, ha permesso di evidenziare l'inattesa presenza di un mammifero di grandi dimensioni sulla nostra isola, aprendo di conseguenza un dibattito sul come vi sia giunto al Giglio e di come vi sia sopravvissuto. Allo stato attuale delle ricerche non abbiamo dati specifici per asserire che sul posto e nello stesso periodo, vi sia stata presenza umana, ma dobbiamo osservare che la zona ha restituito alcuni manufatti, tra cui, un frammento di nucleo in selce grigia con distacchi (Fig. n. 2), che potrebbe trovare collocazione tipologica e culturale, sia nella fase finale del Paleolitico Superiore, sia nel periodo Neolitico.

La presenza certa di gruppi umani sul territorio isolano, può essere inquadrata solo in periodi preistorici più recenti, relativi al Neolitico Antico, all’incirca 6.000/7.000 anni a. C., come attestano alcuni oggetti litici associati a ceramiche, scoperti dall’autore, nella zona delle Secche, a poca distanza da Giglio Campese (M.Brandaglia, 1993).

Sembra verosimile che quelle genti neolitiche, che si stanziarono alle Secche, abbiano trovato approdo a Giglio Campese e da qui si siano orientate per muoversi e per colonizzare l’isola. Disponiamo di una serie di dati scientifici ed archeologici per descrivere un intenso movimento umano nella baia di Giglio Campese, che dopo l’arrivo di genti della cultura neolitica, s’intensificò intorno al 4.000 a.C. e si promulgò per tutto il periodo preistorico. Ciò, come già detto, fu determinato dalla confluenza di alcune combinazioni naturali del tutto particolari, quali, la conformazione orografica dell’insenatura, che offriva riparo ai primitivi natanti, e la presenza di numerosi minerali, ricercati dai preistorici per la siderurgia e per i loro commerci.

Non a caso, nell’areale del Franco si potevano reperire, senza difficoltà, alcuni minerali metalliferi come: Calcopirite, Malachite, Ematite, Magnetite, per la fusione del bronzo e del ferro, nonché Manganese, Ocra rossa e gialla per la preparazione di materie coloranti, da utilizzare nella decorazione dei vasi.

Quei movimenti umani e quelle frequentazioni sono attestati da una serie di acquisizioni scientifiche, dovute al rinvenimento di vari materiali archeologici come ad esempio quella di un picco in pietra granitica, avvenuto a monte della Valle Ortana (M. Brandaglia 1997), che potrebbe indicare una certa attività estrattiva del periodo Neo-Eneolitico (Fig. n. 3), ed il rinvenimento di vari frammenti di vaso Campaniforme, proveniente dal fondale antistante la torre Medicea, che farebbe pensare a contatti con genti della cultura Calcolitica.(M. Brandaglia 2005), (Fig. n. 4)

 

 

Il perdurare dei commerci legati all’estrazione minerale e l’intensificarsi di contatti con mercanti e maestranze provenienti dal mare, determinarono in quelle genti, la necessità di risiedere sul luogo per periodi abbastanza lunghi, dando così avvio alla costruzione di capanne singole o raggruppate in nuclei abitativi multipli, che gradualmente si svilupparono sul territorio isolano. Le nostre ricerche condotte nella zona, hanno portato all’acquisizione di una congrua quantità di elementi litici e di materiali fittili ascrivibili sia alle culture già menzionate, sia a quelle dell’età del Bronzo e del Ferro (Fig. 4b).

Durante l’età del Bronzo, gli abitanti delle capanne sorte nella zona del Campese, si trasferirono sulla sommità dell’acropoli naturale del Castellari, dove eressero un nucleo architettonico con muri perimetrali a scopo difensivo, da cui potevano dominare tutta la baia ed i movimenti marittimi intorno al golfo. Questa fortezza primitiva, costruita con metodi semplici ma su una cima quasi inespugnabile, rappresentò il fulcro da cui si preservò la sicurezza di questa zona dell’isola e da cui fu garantita la continuità dei commerci. L’area fortificata del Castellari è stata oggetto di scavi della Soprintendenza Archeologica della Toscana, ed ha restituito materiali dell’età del bronzo, financo oggetti di età storica, relativi al periodo Etrusco, Ellenistico, Romano e Bizantino.

Durante una mia prospezione nell’areale, è stata rinvenuta una moneta, che allo stato attuale delle ricerche, sembra rappresentare il più antico oggetto di questo genere scoperto sul territorio isolano. Si tratta di una moneta punica, probabilmente di coniatura Sardo-Sicula con una Core/D (al dritto) ed una protome equina/R (rovescio), in lega di metallo cuprifero, ascrivibile cronologicamente tra il 300 ed il 240 a.C., (Fig. n. 5).

Il rinvenimento di tale reperto, ci induce a sostenere l’ipotesi di scambi avvenuti fra le genti di Giglio Campese con la cultura punica o con i popoli ad essa soggetti come le colonie sicule e della Sardegna. Dalla fine del primo millennio a. C. osserviamo un interesse crescente da parte dei greci verso l’isola del Giglio ed in particolare con il Campese dove, in un anfratto della roccia, verso il margine meridionale dell’arenile, fu rinvenuto un ripostiglio Egeo databile intorno al IX-VIII sec. a.C., contenente un collare a tortiglione torques (Fig. n. 6); una punta di lancia; asce di cui una con alette (Fig. n. 7); uno scalpello; una fibula ad arco rientrante; due fibule di cui una ad arco semplice; due pendagli di cui uno ad occhiale; una spiraletta; 7 armille, attualmente custoditi nel Museo Archeologico di Grosseto.

La presenza di minerali e di altre materie prime, legate alla geologia dell’isola come il granito, esercitarono una forte attrazione per quasi tutti i popoli egemoni che si affacciavano nel bacino del mediterraneo. Le loro imbarcazioni viaggiavano lungo le coste per commercializzare e per svolgere scambi di tali prodotti e da noi potevano reperire minerali metalliferi per alimentare la loro siderurgia e per acquisire pietre per la costruzione di ancore.

Con il sopraggiungere della cultura etrusca, vediamo un Giglio Campese protagonista indiscusso dello sviluppo dell’economia isolana, in quanto venne a configurarsi anche come punto di riferimento per i traffici marittimi, che dal mondo greco esportavano prodotti in Etruria e da questa, in altre regioni del mediterraneo e nella Gallia.

Di tali traffici, scali e commerci, vi è conferma nei materiali archeologici rinvenuti nel relitto etrusco di Giglio Campese, che trasportava materiali provenienti da Corinto nel VI sec. a.C. Del carico facevano parte: lingotti di rame e piombo, pece, vasellame pregiato (Fig. n. 8) ed un raffinatissimo elmo in bronzo con incisi cinghiali sulle paragnatidi e serpenti sulle orbite sopraciliari (Fig. n. 9).

Ai piedi della citata panchina eolica si osservano i resti di un forno fusorio, di probabile epoca etrusca, collegato allo svilupparsi della siderurgia ed allo sfruttamento del minerale presente sull’isola. Le massarelle di ematite e la presenza di una certa quantità di scorie di fusione di ferro, ed alcuni frammenti di contenitori fittili, osservati nella stratificazione del fondale antistante, potrebbero essere collegate all’attività siderurgica del forno.

Con l’avvicinarsi dell’epoca Romana, abbiamo un affievolirsi delle attività commerciali collegate all’economia dei metalli, ma restarono in piedi quelle legate alle cave di granito, quelle inerenti la coltivazione della vite e della vinificazione.

Altro materiale ceramico presente nella zona, riguardante frammenti di anse, di orli e di colli di anfore etrusche e romane del tipo Greco Italico e del tipo Dressell 1a-b, attesterebbero l’importanza di Giglio Campese nel traffico e probabilmente nel commercio marittimo di vino, sia prodotto in loco, sia in transito per Roma o da Roma destinazione Gallia ed altre località insulari e rivierasche.

Durante la colonizzazione dell’isola, da parte dei romani, come accennato sopra, l’importanza logistica di Giglio Campese, non venne meno, anzi, crebbe e si sviluppò dal punto di vista sociale ed urbanistico con la creazione di strutture per gli ormeggi e con la costruzione di opere architettoniche abitative, ornate con pavimentazioni a tessere di mosaico (Fig. n. 10).

E’ probabile che oltre alla coltivazione della vite e la produzione di vino vi siano state introdotte anche altre attività lavorative e commerciali, come quelle collegate alla lavorazione del pesce, o all’estrazione di sale dalle acque marine, come attesterebbero i resti di vasche in cocciopesto ancora visibili sotto la recinzione esterna della torre medicea, ed i resti di fornaci per la creazione della calce viva, evidenziate lungo la “Costiera”.

 

E ci ricolleghiamo ancora ad alcuni reperti archeologici relativi a qualche frammento di anfora Dressel 2-4, africana e di un frammento invetriato, ascrivibile probabilmente al periodo bizantino, per sostenere l’ipotesi di un traffico e di contatti marittimi, mai interrotti, durante il periodo del basso e dell’alto Medioevo.

In quest’ultimo periodo storico, col sorgere delle Repubbliche Marinare ed in special modo per l’interesse della Repubblica Pisana verso il ferro da esportare a Costantinopoli, si osserva un’ attenzione particolare nei confronti di Giglio Campese finalizzata allo sfruttamento minerario ed alla difesa strategica della costa.

 

I resti di Strutture architettoniche, riferibili probabilmente a torri di difesa Pisane, ancora visibili ai margini della panchina eolica, ne sarebbero una valida conferma.

Il golfo del Campese, oltre alle ragioni minerarie e siderurgiche sopra descritte ed alle motivazioni legate agli scali ed al commercio del vino, è stato importante per un giacimento naturale di corallo, presente sulla grande secca del Faraglione e descritto da storici e dagli esperti del settore come un materiale di ottima qualità e di splendido ed intenso colore rosso, che fin dall’antichità, richiamò l’attenzione dei cosiddetti navigli corallini (Fig. 11), che per molti secoli, fino a metà degli anni 50’ del secolo scorso, fecero scalo e razzia nelle nostre acque.

Per difendere tale materia pregiata e per proteggerla dal clandestino e costante prelievo indiscriminato da parte di imbarcazioni, prevalentemente provenienti dal Regno di Napoli (Fig. 12), fu necessario provvedere alla costruzione di una struttura difensiva.

 

A tale esigenza provvide il Gran Duca di Toscana, che nell’anno 1700, fece erigere la torre che attualmente domina ed impreziosisce il nostro golfo. Dalla fine della seconda guerra mondiale, dobbiamo annoverare Giglio Campese quale punto referenziale nella sussistenza dell’economia isolana per la presenza di una miniera di pirite, dove trovarono impiego circa 350 minatori ed operai. Il passaggio dall’economia estrattiva a quella turistica, ha poi trasformato il Campese, in luogo di villeggiatura altamente antropizzato con nuove abitazioni private, strutture alberghiere, strutture ricettive e balneari, che lo hanno reso per eccellenza il paese con l’arenile di primaria importanza turistica di tutta l’isola e dal quale si possono ammirare tramonti sublimi, vero aspetto peculiare della zona.

 

L'Associazione San Rocco, a nome della comunità di Campese, ringrazia il Prof. Mario Brandgalia per il suo prezioso contributo alla costruzione del portale internet di Giglio Campese. Le sue notizie, alcune delle quali assolutamente inedite, arricchiscono il nostro orgoglio di appartenenza alla comunità di Campese.
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